Ugo Foscolo

Niccolò Foscolo (dopo si farà chiamare Ugo) nacque nel 1778 a Zante (Zacinto) isola greca che a quel tempo faceva parte dei possedimenti della repubblica veneta, la sua patria è Zante e Venezia al tempo stesso. Il padre era medico e la madre era greca, l’origine greca sarà fondamentale per lui molto legato alla civiltà e cultura greca. La famiglia si trasferì a Spalato e, in seguito alla morte del padre, le sue condizioni economiche divennero disagevoli. In seguito si trasferirono a Venezia. Foscolo si mise a studiare e si creò una vasta cultura diventando abbastanza noto nella buona società veneziana.

Nella sua povertà era orgoglioso, lo prova il fatto che era uno scrittore libero, di indole tipicamente romantica. Si appassionò alla rivoluzione francese e cominciò ad essere malvisto dal governo di Venezia, in seguito si trasferì nei Colli Euganei. Nel gennaio del 1797 fece rappresentare la tragedia Tieste di stampo alfieriano. Nel frattempo le armate napoleoniche avanzavano nell’Italia del nord, Foscolo fuggì a Bologna arruolandosi nelle truppe della repubblica cispadana e pubblicando un’ode “A Buonaparte liberatore”. Fece ritorno a Venezia dopo che vi si era formato un governo democratico e partecipò attivamente alla vita politica ma, quando Napoleone la cedette all’Austria col trattato di Campoformio, dovette lasciarla nuovamente e rifugiarsi a Milano. Il tradimento di Napoleone lo segnò profondamente cancellando tutte le sue speranze politiche ma tuttavia ciò non gli impedì di dare ancora qualche contributo al regime napoleonico perché era consapevole che esso era un punto di passaggio obbligato per la creazione dell’Italia moderna. A Milano Foscolo conobbe Parini e lo ammirò perché rappresentava per lui il poeta che ha preferito la libertà all’ipocrisia di chi vende l’arte al potere e strinse amicizia con Monti. Si arruolò di nuovo contro gli austriaci e dopo la vittoria di Marengo con cui Napoleone riconquistò l’Italia, fu arruolato nell’esercito della repubblica italiana. Grazie all’aiuto di Monti ottenne la cattedra di Eloquenza all’Università di Pavia, ma la cattedra venne soppressa subito dopo. Foscolo non aveva mai nascosto le sue critiche al regime napoleonico e questo fatto gli attirò delle antipatie nei salotti milanesi. Nel 1811 fece rappresentare la tragedia Aiace dove, nei panni del tiranno Agamennone si intravedeva la figura di Napoleone; le repliche della tragedia furono soppresse e il poeta perse gli incarichi di cui godeva.

Si recò allora a Firenze dove rimase per circa due anni; fu un periodo sereno allietato da amori felici e dal fervore creativo in cui iniziò la composizione delle Grazie.
Dopo la sconfitta di Napoleone a Lipsia, Foscolo tornò a Milano e riprese il suo posto nell’esercito e, dopo la definitiva sconfitta di Napoleone a Waterloo, un generale austriaco gli offrì la direzione di una rivista culturale che lui rifiutò per coerenza con le sue idee e il suo passato. Fuggì da Milano e andò in esilio prima in Svizzera e poi a Londra. Qui fu accolto con onori e simpatia ma presto sorsero attriti ed incomprensioni. Viveva in modo dispendioso e finì i suoi giorni in miseria nel 1827 a 49 anni, nel 1871 i suoi resti furono trasferiti nella chiesa di Santa Croce a Firenze, vicino alle “Urne dei forti” (le tombe degli uomini famosi) che egli aveva cantato nei Sepolcri.

La cultura e le idee
Le componenti classiche, preromantiche e illuministiche
In Foscolo si fondono le componenti tipiche della cultura del suo tempo: la cultura classica, il preromanticismo e l’Illuminismo settecentesco. Inizialmente la sua formazione è quella della letteratura arcadica ma poi, a questa letteratura frivola ed evasiva, si aggiunge il modello dei grandi classici latini e greci, insieme a Dante e Petrarca. Tra i moderni, Foscolo ammira molto Parini, il suo rigore morale e civile e la sua indipendenza, e anche Alfieri con la sua ansia di libertà. Nello stesso tempo è attratto dal sentimentalismo di Rousseau e del Werther di Goethe, dalla barbarica cupezza dei canti di Ossian e dai poeti cimiteriali inglesi che vengono da lui interpretati in chiave laica, civile e patriottica.
Per quanto riguarda le idee inizialmente abbracciò quelle di Rousseau, il senso di uguaglianza, il culto della natura come un insieme di cose autentiche e positive, il culto della passionalità intensa, l’idea che l’uomo è buono ed è la società che lo corrompe. Più tardi abbandonò questi principi, divenne più pessimista circa la bontà dell’uomo, abbracciò le idee di Machiavelli e del filosofo inglese Hobbes secondo i quali l’uomo è malvagio per natura e tenta sempre di sopraffare gli altri.
A questo pessimismo si aggiunge il materialismo che gli proviene dalla cultura illuministica ma anche dai filosofi come Epicuro e dai poeti latini come Lucrezio; tutta la realtà non è altro che materia che si aggrega e si disgrega e con la morte finisce tutto, non c’è vita nell’aldilà. Queste concezioni pessimistiche e materialiste vengono in parte superate perché gli provocano insoddisfazione, la sua vita è attiva, eroica, egli deve trovare un’alternativa al materialismo e al pessimismo, anche se non li abbandonerà mai del tutto. Un valore alternativo e fondamentale che Foscolo propone è la bellezza che si trova nelle arti e nella letteratura. Ad esse è assegnato una triplice funzione: 1° funzione di conforto. L’arte deve confortare la vita dell’uomo e deve costruire una dimensione in cui si dimenticano le miserie e i limiti per vivere in una posizione di bellezza e di armonia. 2° funzione civile: le arti e la letteratura, rasserenando e purificando l’animo lo rendono più umano, lo allontanano dalla ferocia primitiva, gli insegnano il rispetto per gli altri e la compassione per i deboli e i sofferenti. 3° funzione patriottica Foscolo assegna quindi alle arti e alla letteratura una funzione civilizzatrice e anche quella di tramandare le memorie che rappresentano l’anima di un popolo per far sì che un popolo arretrato e diviso come quello italiano possa trasformarsi in una nazione.
Per Foscolo l’ideale e il reale devono quindi convivere, l’uno non può fare a meno dell’altro: bisogna tenere conto della realtà ma non per questo schiacciarsi nella realtà, nessuna delle due dimensioni, reale e ideale, da sola dà una vita degna.

Le ultime lettere di Jacopo Ortis
È un’opera giovanile che venne ritoccata e ampliata da Foscolo a più riprese a distanza di parecchi anni, quindi è un’opera che egli sentiva come centrale nella sua esperienza; infatti anche se l’autore deve trovare un equilibrio interiore e stilistico, sono presenti in essa le grandi tematiche che egli svilupperà, sono in luce tutti i grandi miti foscoliani. Il modello è il Werher di Goethe, si tratta infatti di un romanzo epistolare. La vicenda si snoda attraverso una serie di lettere scritte da Jacopo Ortis all’amico Lorenzo Alderani e raccolte da quest’ultimo dopo la morte dell’amico Jacopo. Quindi questo romanzo si presenta come autodiegetico (cioè il protagonista è l’autore stesso), tuttavia ogni tanto c’è qualche intervento dell’amico destinatario delle lettere. È importante però osservare che l’autore non si identifica totalmente col protagonista, pur riconoscendo un’influenza autobiografica fortissima, non è presente l’identificazione assoluta tra l’autore e il protagonista. Abbiamo detto che si ispira ai “dolori del giovane Werther” e infatti in entrambi i romanzi il protagonista è un giovane intellettuale in conflitto con un contesto sociale in cui non può inserirsi. Jacopo ortis è un giovane patriota che, dopo il trattato di Campoformio (cessione di Venezia all’Austria da parte di Napoleone), si rifugia sui colli Euganei per sfuggire alle persecuzioni. Qui conosce una famiglia, composta dal padre e due figlie, la maggiore delle quali, Teresa, è promessa sposa di Odoardo. Il matrimonio tra i due serve a salvare la condizione economica della famiglia. Jacopo si innamora di Teresa ma questo amore impossibile gli crea una profonda sofferenza unita al dolore delle speranze politiche deluse. Iacopo se ne va in una sorta di pellegrinaggio attraverso l’Italia (visita Santa Croce a Firenze, a Milano incontra Parini) ma, alla notizia del matrimonio di Teresa, torna in Veneto, fa una visita alla madre, poi si suicida. In questa opera ci sono molte tematiche: il patriottismo, la disperazione per la patria venduta e per sentirsi senza patria, la delusione politica nei confronti di Napoleone, il fallimento di Jacopo come aspirante scrittore, l’amore e l’esilio.
La critica ha considerato, in un primo tempo, il suicidio di Jacopo Ortis come un suicidio di tipico stampo alfieriano, poi ha ripensato a questa affermazione. A livello di intenzione è probabile che Foscolo si sia ispirato ai suicidi alfieriani, ma quello di Jacopo ha le stesse motivazioni? No, il suicidio per gli eroi di Alfieri è l’estrema affermazione della propria libertà, Jacopo Ortis si uccide perché ha fallito su tutti i fronti, perché è rimasto deluso ma ha rinunciato a combattere, non si batte nemmeno per Teresa, non riesce a diventare uno scrittore, quindi il suicidio nasce da un senso di fallimento dovuto ad un suo limite. Gli eroi di Alfieri sono personaggi eccezionali, Jacopo è un uomo comune, è il riflesso di una delusione storica, della crisi dell’intellettuale del suo tempo che non sa quale sia il suo ruolo nella società.

Lettera da Ventimiglia.

È una riflessione sulla natura umana, estremamente pessimistica, la distruzione del sogno illuminista; secondo Jacopo infatti la storia è una catena ininterrotta di sangue e il mondo una foresta di belve.

La prima parte è più incalzante, perché esprime lo sgomento e la disperazione.

Dal verso 24 in poi il discorso è più argomentato.

Verso 26: la violenza ha un valore ontologico, è intrinseca dell’uomo. Il caso è cieco, il nostro destino è gia prescritto, ma gli uomini stoltamente e presuntuosamente pensano di poter agire in modo arbitrario. Al verso 34 possiamo notare che l’opinione di Jacopo-Foscolo è molto simile; inoltre secondo la loro visione non c’è possibilità di progresso.

Verso 56: dopo aver smitizzato il progresso, lo stesso processo avviene anche per le virtù, che a suo dire vengono stabilite da chi comanda; quest’ultimo le ha violate per salire al potere, e quindi sono viste solamente come una concezione ipocrita del comportamento corretto.

Verso 60: abbiamo qui la smitizzazione degli eroi, che sono pazzi, o condannati a morte, o malfattori che vengono baciati dalla fortuna, e solo per questo vengono ascoltati e, dopo la morte, glorificati. La stupidità della gente fa però credere all’eroe di essere diventato tale per il proprio valore.

Verso 68: viene demistificata anche la religione, definita come strumento di inganno e comando.

Verso 72: solo la compassione è considerata una virtù: tutte le altre chiedono qualcosa in cambio e quindi non possono essere tali. Da qui ricomincia la parte meno argomentata.

Verso 85: inizia l’apostrofe alla natura: la ragione viene definita la più grande sventura poiché ci fa capire che la nostra vita è piena di sofferenza. Anche l’istinto di sopravvivenza è un “dono funesto”, ma almeno non comporta la consapevolezza della sciagura della nostra nascita.

Foscolo non crede all’immortalità, ma riconosce l’insopprimibile aspirazione all’infinito che è intrinseca dell’uomo. L’unica cosa immortale sono gli affetti e i ricordi.

Illusioni e mondo classico

Le tematiche centrali sono l’amore e la bellezza, che rasserenano e consolano. C’è in questa lettera uno spunto di positività. Secondo Foscolo dobbiamo confrontarci con il reale ma non sopprimere l’ideale; amore e bellezza ideale ci aiutano nella tensione verso questa dimensione. La poesia è concepita in tal modo: non è una via di fuga dalla realtà, ma una dimensione che supera la realtà pur tenendone conto, e nella quale convivono la bellezza, l’idealità e l’armonia.

APPROFONDIMENTI

Il romanzo ha alcuni difetti, questo perché, come è stato detto, il suo autore è ancora “contemporaneo di sé stesso”. Se un poeta scrive di sé e prende le distanze da ciò che racconta, è riuscito a maturare. Foscolo invece è ancora troppo coinvolto e non riesce a distaccarsi dalla materia trattata, e di conseguenza cade, ad esempio, nell’enfasi. Solo in età più matura cambierà invece il suo modo di scrivere.

Le tematiche fondamentali (la patria, l’amore, la tomba ed altre, che tra l’altro sono le sue passioni più grandi) non sembrano avere legami, sembrano scollegate e contenute in compartimenti stagni. La critica ha messo in evidenza questa prima impressione, che è già un difetto artistico, e si è chiesta il perché di ciò. La lettura psicanalitica propone varie interpretazioni. Amoretti ha detto che, pur essendoci questo difetto, possiamo trovare una radice comune: il complesso edipico. È la figura materna quella che ritorna continuamente in modo positivo, mentre quella paterna ricopre tutto cio che è negativo. La madre è impersonata dalla patria, da Teresa, dalla tomba; gli elementi maschili sono invece negativi: non parla mai del proprio padre, quello di Teresa sacrifica la figlia; inoltre sono maschili il potere austriaco e Napoleone.

LE ODI

Esprimono il neoclassicismo di Foscolo. La prima è meno riuscita, poiché è il solito “omaggio galante” del ‘700. La seconda invece è più incentrata sulla bellezza ideale e sul conforto che questa offre.

I SONETTI

I più belli sono “Alla sera”, “A Zacinto” e “In morte del fratello Giovanni”. Hanno una grandissima armonia e musicalità, e qui non siamo più di fronte al Foscolo contemporaneo di sé stesso, anche se rimane pur sempre una grande intensità.

ALLA SERA

C’è un accenno alla complessità del suo tempo e di sé stesso. La sera e il pensiero della morte che essa porta scaturiscono in Foscolo un senso di pace, calma e liberazione. Possiamo dividere il sonetto in due parti, delle quali la seconda è più veloce poichè vi sono concentrati i temi della poesia.

IN MORTE DEL FRATELLO GIOVANNI

Giovanni era tenente e si uccise per debiti di gioco. Il “ma” al centro della poesia segna un punto fondamentale, in cui Foscolo ammette che vorrebbe tornare in patria per abbracciare il fratello, MA non può farlo.

Ritroviamo anche qui il tema materno; la tomba in terra natale è infatti concepita come l’ultimo grembo, che ci proteggerà per sempre.

Tematiche affrontate:

Versi 1, 2 = esilio

Versi 3,4 = tomba

Versi 5, 6 = madre

Versi 7-10 = esilio.

A ZACINTO

Zacinto (oggi Zante) è un’isola della Grecia, che diede i natali ad Adamantina Aspatos, la madre di Foscolo; il suo neoclassicismo è quindi anche un fatto di radici.

Le prime tre strofe sono costituite da un solo periodo caratterizzato da un andamento che riflette il suo peregrinare per l’esilio.

Nel sonetto sono presentate due figure: l’eroe romantico e quello classico (Ulisse). Entrambi vogliono tornare in patria, la differenza è che l’eroe classico ci riuscirà, quello romantico no.

Un motivo importante nel sonetto è quello dell’acqua, da sempre legata alla figura materna. Troviamo infatti termini come: sponde, onde, mar, limpide, acque. Da notare pure che nelle rime la parte della parola che rima è -onde e -acque. La parte negativa del sonetto, la sepoltura in terra straniera, è connotata dalla mancanza di acqua (si noti a tal proposito la parola “illacrimata”).

La Venere cantata da Foscolo è la stessa di Lucrezio nel “De rerum natura”, ovvero la dea della vita. Foscolo si rivede nel “bello di fama e di sventura”. La poesia è concepita come la salvezza per una situazione irrimediabile; Zacinto avrà il canto del suo figlio, visto che non potrà riaverne il corpo.

Un motivo importante è quello della malinconia per l’impossibilità del ritorno che ci rimanda all’epoca classica.

CARME DEI SEPOLCRI

Nel 1804 Napoleone emanò l’Editto di Saint-Cloud, esteso anche all’Italia, il quale stabiliva che i cimiteri dovevano essere edificati fuori dalla cinta muraria e una limitazione nella pomposità dei monumenti funebri. Era, questo, un provvedimento a carattere sia igienico che egualitario, tuttavia non venne accettato di buon grado. Foscolo assistette ad una discussione sull’editto, da cui prese lo spunto per la sua opera, anche se poi il tema dell’editto non viene affrontato nell’opera ed è solo un pretesto.

Il carme può essere diviso in più parti: esso si apre con una domanda della ragione: “quando sarò morto, e quindi scomparso totalmente, che me ne potrà importare della sepoltura del mio corpo?” La ragione suggerisce “nulla”, anche se c’è una obiezione; non possiamo infatti fermarci a questa prima risposta.

La tomba ha vari significati:

  • è necessaria per mantenere un legame tra vivi e morti. Questo è permesso dagli affetti lasciati in vita e dalla sepoltura in terra materna: serve in definitiva alla “corrispondenza d’amorosi affetti”;
  • quando un popolo passa da uno stato di barbarie ad uno stato di civiltà ed istituisce quindi la famiglia, la giustizia e la religione, riconosce il culto dei morti: la tomba e la sepoltura sono pertanto segno di civiltà. Foscolo esamina quindi i vari modi di sepoltura: non apprezza affatto quella medievale, quindi sempra appoggiare l’editto di Saint-Cloud, facendo riferimento ad esempio al cattivo odore emanato durante le messe dalle sepolture situate sotto i pavimenti delle chiese. Ammira invece la sepoltura inglese, che prevedeva dei cimiteri fatti come giardini;
  • un ruolo particolare lo occupano le tombe dei grandi; l’autore parla in particolare delle tombe a Santa Croce, le quali trasmettono ai vivi un messaggio e danno gloria alla terra che li accoglie (anche Foscolo verrà sepolto qui, assieme ai personaggi del passato da lui cantati). Tale messaggio però è percepibile solo dagli “animi forti”, e lo scrittore fa anche un rimprovero alla classe intellettuale e aristocratica , in quanto non dà importanza a ciò che gli antenati hanno trasmesso: assume una posizione estremamente polemica;
  • il motivo che chiude il carme è quello della tomba ispiratrice di poesia, l’unica cosa eterna, in quanto anche la sepoltura prima o poi verrà distrutta, a differenza della poesia. Il poeta è capace di sentire messaggi che gli altri non riescono a percepire, e con questa capacità riesce a donare l’immortalità a ciò che scrive.
    L’esempio che riportato è la poesia di Omero, che si chiude con Ettore, uno sconfitto, il quale rimarrà in eterno. Questa eternità del ricordo e della poesia offre un conforto solamente parziale, poiché per Foscolo moriamo completamente.

L’autore, pur usando un linguaggio filosofico (e quindi di tipo logico-argomentativo), in certi punti salta dei passaggi e dei collegamenti; si è parlato quindi di voli pindarici. Ciò è dovuto al fatto che l’argomento è molto sentito, e a volte lo scrittore è portato avanti nella stesura dai sentimenti.

Il linguaggio e lo stile sono molto alti e il metro usato è l’endecasillabo. Possiamo notare una grande abilità nell’impiego di enjambements e pause per mettere in luce parole importanti, e questo dona un ritmo particolare alla poesia.

Il Foscolo che troviamo nell’opera è più maturo, non è più contemporaneo di sè stesso, riesce a controllarsi senza però togliere intensità:lL’enfasi è diminuita, ma abbiamo sempre la varietà ritmica.

LE GRAZIE

Non è stato né completato né rivisto; è difficile quindi trovare la vera versione poichè ci sono pervenuti molti fogli con correzioni e appunti. Il progetto che aveva in mente, nato in un periodo sereno trascorso nella villa di Bellosguardo a Firenze, comprendeva un inno, poi cambiò idea e decise di farne tre:

  • a Venere;
  • a Vesta, protettrice del focolare domestico;
  • a Pallade (Atena), dea dell’ingegno.

Il nome “Grazie” è dato perchè sono cantate le Grazie: intermediatrici tra dei e umani, hanno il compito di civilizzare gli uomini tramite l’arte.

PRIMO INNO: si narra che Venere nasce nello Ionio insieme alle Grazie, e gli uomini, che vivono ancora come bestie, si accorgono della sua nascita.

SECONDO INNO: è ambientato sulla collina vicino alla villa di Bellosguardo, dove si svolge un rito per le Grazie, fatto da tre dame amate da Foscolo, che simboleggiano la musica, la poesia e la danza (Eleonora Nencini, Cornelia Martinetti e Maddalena Bignami).

TERZO INNO: si ambienta ad Atlantide, luogo ideale di pace ed armonia, dove la dea Pallade si rifugia quando gli uomini, ancora allo stato brutale, danno sfogo alle passioni. La dea Atena chiama della dee minori (tra cui Flora) a tessere un velo, che servirà a coprire le nudità delle Grazie quando scenderanno tra gli uomini. Pallade fa ricamare sul velo delle scene rappresentanti i sentimenti più alti a cui devono arrivare gli uomini. Le Grazie sono nate in Grecia con Venere, vanno poi in Italia, si recano ad Atlantide per essere coperte e ritornano in Italia.

L’argomento è estremamente astratto, si esalta l’arte come mezzo capace di portare la civiltà. La musicalità è estremamente armoniosa, le scelte stilistiche sono molto alte e classiche; sono inoltre presenti moltissime allegorie. La lingua deve anch’essa adattarsi all’astrazione dell’opera.

C’è chi ha detto che l’opera è fin troppo preziosa formalmente, e quindi fredda; può essere una fuga di Foscolo dalla realtà. Altri critici non credono a questa fuga, poichè ci sono dei rimandi storici (come la campgna in Russia di Napoleone); Foscolo vuol cantare la capacità civilizzatrice dell’arte, ma resta comunque presente la realtà. Anche la freddezza stilistica non è accettata da tutta la critica, poichè il neoclassicismo di Foscolo è impregnato di romanticismo, e anche fatto che Foscolo non l’abbia riguardata può essere una giustificazione per le parti negative.

Il velo delle Grazie

Ad ogni colore corrisponde una scena, che allude ad un sentimento:

  • rosa: la giovinezza, una figura che scende danzando veloce;
  • bianco: l’amore puro, due tortore innamorate si nascondono nel bosco;
  • verde: pietà, c’è un guerriero vincitore che dorme assieme a dei prigionieri, sogna la madre che lo vuole vivo e prova pietà per le persone imprigionate;
  • oro: il sapersi divertire: c’è un banchetto, in cui ci si diverte tenendo però presente chi è bisognoso;
  • ceruleo: l’amore materno, una donna che ha paura per il figlio appena nato.

NOTIZIA INTORNO A DIDIMO CHIERICO

L’ultima opera è al polo opposto rispetto a Jacopo Ortis, Foscolo è talmente distaccato da diventare ironico. Quest’opera è una prefazione alla traduzione del “Viaggio sentimentale” di Laurence Sterne, opera base del romanticismo, che Foscolo aveva amato sin dalla giovinezza. L’autore finge che Didimo Chierico, personaggio inventato, abbia tradotto il testo di Sterne, quindi fa la prefazione alla sua traduzione.

Capiamo bene che Didimo è un alter ego di Foscolo, così come lo era Jacopo, ma Didimo è un anti-Ortis. Quest’ultimo infatti era talmente dentro il vortice dei sentimenti che alla fine si suicidò, mentre Didimo è distaccato a tal punto da risultare autoironico, il che è finalizzato al raggiungimento di una pace interiore.

Anche nelle Grazie potevamo trovare questo bisogno di distacco.

Nella sua ultima opera Foscolo sottolinea come Didimo non abbia eliminato le sue passioni, ma riesca a controllarle benissimo; Didimo è ciò che Foscolo vorrebbe diventare.

È significativo anche il suo nome:

  • Didimo si rifà all’antica cultura greca, in quanto era il nome di un grammatico dell’età ellenistica;
  • Chierico è un importante accenno alla religione cristiana, in quanto il personaggio era stato avviato sin da fanciullo al sacerdozio.

Foscolo compose anche delle tragedie (come Aiace, Tieste e Ricciarda), influenzato da Alfieri. Scrisse anche una satira (Ipercalisse) e un “Gazzettino del bel mondo”.

È stato inoltre anche un grande studioso, avendo scritto pagine di critica, come “La chioma di Berenice”. Studiò Petrarca e Manzoni, sui quali scrisse delle critiche, e anche Boccaccio.

La sua valutazione è importante poichè credeva che per poter giudicare un autore o un’opera ci si dovesse immergere nella sua epoca.

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