Età Napoleonica

La rivoluzione francese si chiude dopo molte fasi con un esito imprevisto: il potere di Napoleone che diventerà imperatore e cambierà le sorti dell’Europa. Nel 1796 gli eserciti napoleonici entrano in Italia, crollano i vecchi Stati assoluti, si formano organismi politici nuovi, prima le cosiddette repubbliche giacobine (Cispadana, Traspadana, Partenopea), poi strutture statali più vaste come la repubblica Cisalpina che in seguito diventerà Repubblica italiana ed infine Refno d’Italia. Il regno di Napoli rimane un regno però nelle mani dei parenti di Napoleone, altri territori di notevoli estensioni passano direttamente allo stato francese (Piemonte, toscana, Lazio). In queste nuove strutture statali avviene un grande cambiamento per quanto riguarda l’amministrazione, potremo definirlo una rivoluzione amministrativa.

Sfondo storico
Napoleone applica il “codice napoleonico” nell’apparato giudiziario, riforma l’esercito e la scuola eliminando in essa il monopolio della Chiesa. In questo modo si forma un corpo di funzionari pubblici, di ufficiali, di insegnanti completamente diversi, si forma una nuova classe media di persone istruite che avranno poi un ruolo determinante nelle vicende future dell’Italia, anche quando l’avventura napoleonica subirà una deviazione.

Rinnovamento economico
Il regime napoleonico prosegue sulla scia delle riforme del 700 illuminato: furono aboliti privilegi e istituzioni feudali che costituivano un impaccio all’economia, furono requisiti e messi in vendita i beni ecclesiastici, si privatizzarono demani pubblici; in questo modo si rafforzò la borghesia terriera che costituì la base sociale del nuovo regime. Però Napoleone non viene a liberarci come s’illudono ingenuamente molti italiani e come ebbero modo di capire con amarezzamolti inellettuali tra i quali Foscolo; ben presto si dimostrò per quello che era: un conquistatore, anche se ha contribuito a portare certe idee in Italia. L’economia italiana era al servizio di quella francese, l’Italia era uno stato vassallo della Francia, doveva semplicemente fornire le materie prime alle industrie francesi e diventare un mercato per le merci che quelle industri producevano.

Le ideologie
Gli anni 1796-1799 (triennio giacobino) sono anni di grandi illusioni e di grandi utopie. Tra i patrioti italiani che appoggiano le innovazioni portate dalla Rivoluzione francese ci sono due tendenze molto diverse tra loro: ci sono quelli che vorrebbero una democrazia con radicali cambiamenti delle strutture politiche, sociali ed economiche (sono quelli che vorrebbero “esportare” la rivoluzione francese in Italia), e quelli che vorrebbero dei cambiamenti meno radicali e realizzati gradualmente con riforme che però mantengano la proprietà privata, i privilegi della borghesia e il contenimento delle spinte rivoluzionarie delle masse popolari. Sarà questa seconda tendenza a prevalere nel periodo napoleonico, ma nelle due tendenze si intravede tutto quello che succederà nel risorgimento. Le masse popolari, specialmente nelle campagne, rimangono profondamente estranee a tutto ciò e si conservano fedeli alle tradizioni religiose e politiche del passato, a volte si mostrano apertamente ostili.
Finito il triennio giacobino, come si è detto periodo di grande entusiasmo e di illusioni, la dittatura napoleonica spense molti degli entusiasmi e si diffuse un senso di delusione e di frustrazione tra coloro che avevano visto in Napoleone un liberatore e un portatore degli ideali della Rivoluzione francese (libertà, uguaglianza, fratellanza). Questo stato d’animo avrà importanti riflessi culturali anche su Foscolo.

Gli intellettuali
Gli intellettuali del triennio giacobino assunsero un ruolo diverso riapetto a quelli illuministi; ora essi dovevano elaborare e diffondere le idee della trasformazione democratica e far sì che queste idee trovassero un ampio consenso nelle masse. Quindi gli intellettuali dovevano impegnarsi attivamente nella vita politica e lo fecero con grande entusiasmo che era destinato a spegnersi molto presto. Infatti, quando il regime napoleonico si assestò, dimostrandosi per quello che era: una dittatura, il tipo di intellettuale che venne fuori fu quello vecchio stile del cortigiano che celebrava i fasti del potere (l’intellettuale lecca-culo come Vincenzo Monti che celebrava sempre il potere). Quelli come Ugo Foscolo, che avevano messo tutta la loro passione e il loro entusiasmo illudendosi nel cambiamento, non seppero adattarsi a questo compito di intellettuale cortigiano.

La lingua letteraria
La lingua letteraria continua nella sua tradizione secolare, parole difficili, sintassi ampia e complessa, completamente estranea alla lingua parlata (dialetto), riservata esclusivamente ad un pubblico d’élite.
In questo perido si afferma la teoria del Purismo che nasce come reazione alla libertà linguistica sostenuta dagli illuministi del “Caffè”. Nella teoria purista ci si rifà a Bembo che asseriva l’assoluta purezza della lingua, che doveva essere depurata da ogni forestierismo e neologismo e il cui lessico (parole) doveva essere cercato nella lingua del 300. Tra i puristi ci furono quelli più rigidi (Puoti e Cesari) e quelli meno rigidi come Pietro Giordani che era laico, progressista e patriottico e fu legato da una fervida amicizia intellettuale con Leopardi che lo considerava un padre ideale.

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